mercoledì 11 maggio 2011

Tre Innocenti Sottoterra

C’era una volta un grande cortile circondato da palazzine in cui pochi bambini si trovavano per giocare a pallone anche nei giorni grigi e plumbei tipici delle prime piogge estive.
Il più grande di questi bambini si chiamava Marco, alto, snello e serio. Con il suo tipico sguardo accusatorio, osservava attentamente quello sbruffone di Mario dato che doveva sopportare ogni giorno le sue cialtronerie pur essendo il suo miglior amico.
Mario era un ragazzino di quattordici anni, già molto robusto e muscoloso per la sua età e con qualche cenno di barba: “Ciao capo, oggi sono in gran forma per la missione!”
“Quante volte ti ho detto di non chiamarmi capo. L’hai preso?” Mario alzò un sopracciglio quando il suo compare fece vedere lo zaino dietro di sé: “Certo che l’ho preso! Eccolo qui!” Il ragazzino tirò fuori un piede di porco: “Cosa credevi? Che non ne avessi il coraggio? Però dobbiamo agire oggi perché se domani non lo riporterò al suo posto nel garage di mio nonno saranno grossi guai.”
“Non temere.” L’alto ragazzino afferrò il grosso arnese e con sguardo serio guardò oltre il suo amico: “Faremo in fretta, prima che si metta a piovere. Per fortuna sono arrivati anche quei due.”
Maria e Marcello erano gli ultimi due della compagnia ed erano fratelli, entrambi biondi, entrambi magri e piuttosto intelligenti per la loro giovane età. I loro caratteri erano però agli opposti: la prima era considerata da Marco la più furba e loquace del gruppo mentre il piccolo era spesso apatico e mansueto e, per questo, doveva sopportare tutte le angherie di Mario.
“Ciao ragazzi.” Marco salutò per primo facendo così sorridere Maria che rispose al saluto mentre il piccolo Marcello fece solo un lento cenno con la mano.
“Anche oggi con quest’aria così mogia?” Mario prese con forza il collo del piccolo per grattargli la testa: “Su, sveglia, che oggi siamo in missione!”
“Uff, lasciami!” Marcello diede invano uno strattone per liberarsi mentre Maria ormai si era abituata a vedere quella scena e si impensierì quando vide la spranga in mano all’amico: “Missione? Marco, di quale missione sta parlando?”
Il più grande si tolse il proprio zaino dalle spalle e sorrise: “Andremo ad aprire il tombino della strada dietro la casa abbandonata. Lo abbiamo deciso ieri dopo che siete andati via.” Marco afferrò il piede di porco: “E stamattina Mario è riuscito a recuperare questo da suo nonno, per cui siamo pronti.”
Il ragazzino aprì poi il proprio zaino per nascondere l’attrezzo e tirò fuori un piccola torcia elettrica a manovella che accese: “Mario smettila di tormentarlo adesso!” Il grosso ragazzo venne abbagliato dalla potente luce e lasciò la presa: “Va bene. Va bene.”
Marco si rimise lo zaino in spalla: “Forza. Andiamo a vedere cosa nasconde quella cosa.” Però Maria gli si mise davanti ragionando ad alta voce: “Aspetta un attimo. Siamo già entrati nella casa abbandonata ed abbiamo già visto che non è un granché, è vuota.”
“Tu hai ragione, ma non puoi sapere che cosa ci sia nascosto là sotto!” Il più grande sorrise in maniera beffarda, ma la ragazzina lo guardò ad occhi stretti e con i pugni appoggiati sui propri fianchi: “E cosa dovrebbe nascondere secondo te un tombino?”
“È quello che siamo intenzionati a scoprire! Giusto Mario?” Marco guardò il grosso ragazzo che aveva ripreso a punzecchiare il più piccolo tenendolo per il codino dei capelli: “Giusto!”
“Allora andiamo, prima che piova!” Con un cenno della mano invitò i compagni a salire sulle proprie biciclette.
L’odore umido di pioggia ed di asfalto si fece sempre più forte mentre le plumbee nubi incominciarono a scontrarsi sempre più al di sopra delle teste del quartetto che posò le biciclette poco lontano dalla casa abbandonata. La casa abbandonata era il nome usato da Marco e Mario, ma in realtà l’enorme palazzina era un cantiere fermo ormai da molti mesi e persino le impalcature erano state tolte. Il cancello era sempre chiuso da un grosso catenaccio d’acciaio, ma i ragazzini sapevano come valicarlo per poter recuperare il pallone nei pomeriggi di gioco.
Il tombino era seminascosto in un incrocio della strada in cui nessuno passava mai ed era qualcosa di troppo allettante per il duo di ragazzini.
Arrivati sul bordo dello strano tombino di ghisa Marco svuotò il proprio zaino al suolo da cui uscirono due piccole torce elettriche a manovella e il piede di porco e guardò il suo compare: “Abbiamo altro con noi?” Mario si fece avanti ed allargò le braccia: “Io nello zaino non ho altro che il pallone.”
“Siete due stupidi!” Maria li sgridò vedendo quanto fosse piccolo il tombino: “Non vorrete veramente entrare lì dentro?” Marco la guardò con aria di sfida: “Certo!” Poi prese una propria torcia e l’accese: “Ma prima vediamo se Mario è, o non è, in grado di aprirlo!” Quel tono strafottente fece saltare i nervi al robusto ragazzino che afferrò immediatamente il piede di porco: “Certo che ne sono capace. Guarda!” Mario provò con difficoltà a conficcare il piede tra il bordo e l’asfalto e un primo momento non ottenne alcun risultato: “Aspettate solo un attimo.” Con forza puntò la spranga sul bordo del tombino e fece leva con il proprio piede per spostare il chiusino di pochissimo: “Adesso datemi una mano!!” I tre maschi afferrarono insieme il pesante disco di metallo per trascinarlo sull’asfalto.
“Che puzza!” Maria si mise una mano sul viso: “Io lì dentro non ci voglio neanche guardare!” La bambina indietreggiò e si mise a braccia conserte.
Mario la schernì: “Non è certo roba da femminucce. Vattene a casa!” Marco lo guardò male: “Lasciala stare, pensa piuttosto a prendere la torcia di fianco a te! Puntala lì dentro.” Il piccolo Marcello si mise una mano sul viso per chiudersi il naso e per proteggersi la bocca mentre Mario fece luce nella cavità ed illuminò degli appigli di metallo: “Sembra si possa scendere là sotto.”
Marco percepì la voce tremolante dell’amico e lo guardò sorridendo: “Hai paura?” Marco nascose al meglio la propria inquietudine: “Certo che no, è solo che mi sembra un posto davvero schifoso. Perché non facciamo entrare Marcello per primo? Così se ci saranno guai sarà il più facile da tirar fuori!”
“Cosa? No. No!” Marcello si allontanò per raggiungere la sorella: “Non voglio!”
“Siete due codardi!” Marco mise un piede dentro il buco: “Entrerò io per primo, ma voi verrete giù con me o altrimenti potete scordarvi di giocare ai miei videogiochi!” Il giovane afferrò l’altra torcia e scese lentamente facendo ben attenzione a non cadere: “Non c’è nulla da temere, a parte la puzza. Venite.” Sorrise e si legò un fazzoletto sul naso come se fosse un bandito.
L’odore nauseabondo di liquame e poltiglia divenne sempre più forte, ma il trio non smise di avanzare nelle tenebre in fila indiana. La galleria di cemento e mattoni era piuttosto piccola con numerose tubazioni che la percorrevano scomparendo poi nei meandri del soffitto.
Marco era il primo ad avanzare: “Rimanete dietro di me e non prendete iniziative, miraccomando.” Mario gli era subito dietro infastidito da Marcello che si teneva alla sua felpa per paura di perdersi.
Le luci delle torce illuminarono ogni angolo ed ogni anfratto del corridoio puzzolente, poi all’improvviso un rumore sordo arrestò il trio che si mise all’erta. Marco e Mario illuminarono ogni tubatura sopra di sé e poco lontano un tubo aperto scaricò litri e litri di acqua sporca nel canale di scolo inondando l’aria di nuovi odori sgradevoli.
“È solo uno scarico, fifoni.” Marco si voltò verso i compagni nascondendo al meglio la propria tensione, poi da dietro si sentì la voce strillante di Maria: “Ehi! Tutto bene laggiù? Sbrigatevi che tra poco inizierà a piovere. Uscite da lì!”
“Non adesso!” Marco fece la voce grossa: “Dobbiamo solo vedere fin dove porta questo passaggio!” Il ragazzino fece luce davanti a sé e vide una deviazione del percorso verso sinistra: “Per di qua saremo quasi sotto alla casa abbandonata. Seguitemi e non allontanatevi.”
Svoltato il nuovo corridoio, Marco s’irrigidì di colpo quando la luce illuminò una grossa massa informe di pelo mentre il piccolo Marcello non vide nulla a causa di suoi grossi compagni davanti a sé: “Che cosa c’è? Perché ci siamo…”
I due ragazzini più grandi fuggirono via all’impazzata inseguiti da un fiume di pantegane e, per la foga, Mario perse la propria torcia che cadde e venne calpestata sotto lo sciame fino ad arrivare ai piedi di Marcello pietrificato dalla paura.
Dopo qualche secondo, tra squittii ed urla, Marcello riuscì a disotgliere il proprio sguardo dalla luce della torcia per terra e, senza pensar nulla, si chinò immediatamente per afferrarla prima che potesse spegnersi e lasciarlo completamente al buio tutto solo. Il piccolo, per paura, incominciò a puntarla in ogni direzione. Il suo istinto lo indusse a tornare indietro, ma le grida degli amici e l’orribile immagine dei topi lo bloccarono. Quindi fece luce nella direzione opposta e vide che lo scolo delle acque putride scorreva lungo tutto il passaggio che continuava nelle tenebre. Mosse i primi passi verso il tetro corridoio gocciolante di acqua sporca, evitando il lerciume delle pareti e continuò ad illuminare ogni dove. Poi lo scolmatore svanì e al fondo del corridoio vide un profondo baratro. Tra i rumori di scarico a cui si era abituato, decise di avvicinarsi con lentezza al pozzo. Si affacciò per vederne il fondo e gridò con tutte le sue forze.

“Vai immediatamente a recuperare mio fratello!” Maria era furiosa ed alzò una mano come per schiaffeggiare Marco, ma attese un cenno di diniego per agire: “Tu l’hai trascinato là dentro ed ora tu lo andrai a prendere, subito!”
Il più grande dei ragazzini era ancora scosso dallo schifo, ma Maria sapeva spaventarlo ancora di più e fece un cenno con la testa a Mario di tornare nelle fogne, ma l’amico, visibilmente impaurito, scosse la testa. Poi si sentì l’urlo di disperazione di Marcello.
Maria e Mario divennero pallidi come la morte mentre l’adrenalina di Marco lo indusse a tornare nelle fogne: “Vado!” Riaccese la propria torcia e ritornò nel corridoio e vide il ragazzino corrergli incontro: “C’è qualcuno. C’è qualcuno là sotto!” Marcello abbracciò con forza l’amico mentre il suo cuore batteva all’impazzata e Mario cercò di calmarlo in qualche modo: “Qualcuno? C’è una persona?” Il bambino alzò lo sguardo ricolmo di lacrime ed annuì: “Si.”
“Presto usciamo di qui. Tua sorella ti aspetta.” Il più grande aiutò il bambino a risalire su per gli appigli così da poter riabbracciare la sorella. Marco la guardò con gli occhi sbarrati e poi fece per riscendere il tombino: “Marcello dice che c’è qualcuno là sotto. Io vado a vedere.” Maria raccolse il proprio fratello: “Non può essere. Lascia stare, sta per piovere e Mario ha preso le sue cose e se ne andato via per la paura.”
“Non mi interessa. Farò in fretta. Se volete, potete tornarvene a casa!” Marco riscese il cunicolo e ritornò nel corridoio in fretta fino a raggiungere in pochi minuti la deviazione dove vide il pozzo: “C’è qualcuno qui? C’è nessuno?!” Il suo cuore iniziò a battere all’impazzata quando si volle avvicinare alla cavità oscura. Si affacciò con lentezza e il suo respirò si fermò quando vide una figura umana sbucare dalla parte opposta nel fondo del pozzo. Una figura umana indefinita lo guardava come se fosse a testa in giù, faccia a faccia: “Cosa…” La figura era immobile e quindi Marco ritrovò un minimo di lucidità per prendere la torcia accesa e puntarla verso l’ombra, ma la luce venne riflessa e ne rimase accecato: “Maledizione!” Quindi la puntò verso una parete del pozzo e vide meglio la figura nera: sé stesso. Il riflesso dell’acqua del pozzo l’aveva ingannato, ma sentì un gran chiasso di pioggia sopra di sé che riaccese tutte le sue ansie: “Ora devo uscire di qui, prima che la pioggia mi sommerga.” Mario si ritrovò tutto solo sotto la bufera.

Tre Innocenti Sottoterra di Mattia Bellunato 05/05/2011 (Tutti i Diritti Riservati)

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